Il killer delle cinquanta lire: Torino, nostalgia e oscuri segreti degli Anni ’80

 


Il killer delle cinquanta lire: Torino, nostalgia e oscuri segreti degli Anni ’80

Fulvio Di Chiara, in questo nome d'arte si nascondono Chiara Nervo e Fulvio Tango, coppia nella vita, che condivide il grandissimo amore per la Scrittura e la Lettura. Hanno pubblicato in precedenza la trilogia composta dai gialli La Forma del Delitto, I diavoli di San Lorenzo e Sceneggiatura per un Delitto che avevano come protagonisti tre detective molto speciali. Ora si presentano al grande pubblico con Il Killer delle Cinquanta Lire, dai tratti decisamente più dark.
Dietro le quinte del nuovo romanzo giallo Il killer delle cinquanta lire. In questa intervista esclusiva, gli autori svelano il legame profondo con il passato, i misteri di una Torino industriale ormai scomparsa e l'ispirazione dark che guida le loro storie.

Intervista by Laura Gorini

Il killer delle cinquanta lire, fin dal titolo della vostra nuova opera, si intuisce che avete voluto fare un tuffo nel passato. Che rapporto avete, in generale, come persone e come scrittori con esso?


F: Credo che il passato in un certo senso non è mai passato. Perdonami il gioco di parole, ma il modo in cui abbiamo vissuto il passato modella il nostro presente, condizionandoci ad agire in un certo modo, anche se non ne siamo sempre consapevoli. 

Come scrittore mi piaceva l’idea di ambientare un giallo ai tempi della mia infanzia. Io sono del ’75, ai tempi degli avvenimenti del romanzo avevo una decina d’anni. E poi, se il tempo dell’infanzia è un po’ “mitico” per tutti, gli Anni ’80 sono considerati il decennio più iconico e caratteristico del recente passato. Tutto questo ha reso particolarmente piacevole e stimolante immergermi nelle atmosfere nostalgiche e retrò de Il killer delle 50 lire, con la sfida di trasmettere al lettore il fascino un po’ decadente di quei tempi andati. 


C: Inoltre la Torino degli Anni ’80, schiacciata dalla Fiat con i suoi ritmi e le sue esigenze economiche, era molto diversa da quella di adesso. Non c’erano la metropolitana e le zone pedonali nel centro, in compenso c’erano macchine ovunque, che affollavano anche le piazze più belle ed eleganti. Relegata al ruolo di città esclusivamente industriale, la sua bellezza rimaneva nascosta, quasi sotto traccia. E in più sembrava che fosse sempre inverno… tutto questo ha reso ai miei occhi la Torino degli Anni ‘80 quanto mai fosca e inquietante, insomma, la città ideale per quel pazzo del killer delle 50 lire e per il cupo investigatore privato, Giulio Borgo, che gli dà la caccia.


Il killer è, a sua volta, molto legato al passato e, in qualche maniera, al periodo dell'infanzia. Credete che quel periodo della nostra vita sia così determinante per ciò che saremo un domani?


F: Non voglio essere troppo determinista, ma un po’ lo credo. E’ proprio quello che ti dicevo all’inizio (e su questo non mi dilungo perché c’è talmente tanta letteratura in merito), non ci scrolliamo mai completamente di dosso il passato, sia le esperienze positive che quelle negative. Naturalmente le prime ci aiutano, le seconde ci ostacolano, anche se non sempre. Diamine, si può imparare anche dagli errori!


C: Io sarò più categorica, assolutamente sì. L’infanzia è il tempo in cui non sai nulla del mondo e nemmeno di te stesso. Sei curioso e ti guardi intorno con cuore aperto, ma proprio per questo sei anche più vulnerabile, perché quando sei molto piccolo comprendi quello che accade attraverso la pelle, con le emozioni prima ancora che con la ragione. Quindi tutte le esperienze ti lasciano una traccia, anche quelle che non ricordi. Anzi, soprattutto quelle. 


Di contro, come si può maturare e crescere facendo, nel contempo, vibrare dentro di noi il fanciullino di pascoliana memoria?


F: Maturare per molti vuol dire prendere atto che il “fanciullino di pascoliana memoria” deve venire a patti con la realtà e deporre i suoi slanci e idealismi. Però detta così è proprio triste  e allora al diavolo questi discorsi di pratico buonsenso e diamo ascolto al fanciullino in noi. Per quanto ci è possibile senza commettere qualche irreparabile sciocchezza, santo cielo! 


C: Ma è anche una questione di atteggiamento, secondo me: non prendiamoci sempre tremendamente sul serio!


C'è, tra l'altro, molta poesia nel racconto, anche se macabra, mixata abilmente con lo spirito fanciullesco caratterizzato soprattutto da una filastrocca che troviamo fin dall'inizio. Al pensiero di canticchiarla, dopo aver letto l'opera, vengono i brividi... E' stato un escamotage nato prima della trama o durante?


F: L’idea della filastrocca (che a me piace molto) e la composizione della medesima è stata di Chiara, dunque lascio a lei la parola.


C: Va bene, prendo la parola! L’idea è arrivata dopo la prima stesura. Il killer agisce spinto oserei dire da una speranza, per quanto insensata. Ne è ossessionato. Ci serviva un modo per sottolineare questo aspetto e cosa c’è di più insensato e ossessivo di una filastrocca infantile? E qui torniamo al discorso sull’infanzia; non c’è razionalità, non capiamo il senso, ma il ritmo, la rima, ci spingono a ripetere quelle parole all’infinito. E l’innocenza, che associamo inevitabilmente all’infanzia, esalta per contrasto il senso di orrore suscitato dal delitto.

In Profondo Rosso di Dario Argento, ad esempio, un canto infantile è il tramite attraverso cui l’omicida sprofonda nella sua follia. O in Marnie di Hitchcock, davanti alla casa che è stata teatro di tanto orrore, delle bimbe saltano la corda al ritmo di una filastrocca.


Protagonisti sono gli Anni Ottanta dei quali molti che non li hanno vissuti hanno talora una visione molto romanzata e, per certi versi, romantica. Voi che idea avete di quel periodo?


F: Hai perfettamente ragione, nel recente passato non ci sono anni così “romanzati e romantici” come gli ’80. Vai a sapere come nasce la leggenda di un periodo. Forse la moda, le canzoni, gli avvenimenti storici, persino le pettinature strane… (C: …anche un po’ ridicole!).  La questione si fa quanto mai interessante, ma questa è un’intervista, mica un manuale di sociologia applicata, e allora mi fermo. 

Per quanto mi riguarda, come ti dicevo all’inizio, gli ’80 sono anche gli anni della mia infanzia, quindi non ti aspettare che io dissipi l’alone romantico che li circonda e ti dica qualcosa di razionale e obbiettivo… non ci provo nemmeno!


C: Anche io, che negli Anni ’80 ero una bambina, li vedo come attraverso delle lenti dorate. Ho ricordi di piccole cose, da rubrica “quelli che…”. Ad esempio, la macchinetta obliteratrice sui tram che si mangiava l’angolo del biglietto e stampigliava la data e l’ora, con quel suono, traclack! mi piaceva un sacco; mettere da parte le centolire perché in estate ci compravi il ghiacciolo, lo stick; il telefono a gettoni del bar, perché non c’erano i cellulari e nella casa delle vacanze non c’era nemmeno il telefono. E poi la neve: ricordo che un pomeriggio mia mamma venne a prendermi a scuola, ma non era in macchina e la scuola era a più di quattro chilometri da casa. Mi aveva portato gli stivali da neve e ce ne siamo tornate a piedi: pura gioia. Forse era proprio l’invero dell' 85.


Al centro della storia c'è sempre la vostra città, Torino. Cosa vi induce a non cambiare mai location?


F: Hai ragione, c’è sempre Torino tra i protagonisti delle nostre storie, manco fosse lei la nostra attrice principale. 

Direi per due ragioni (almeno per quanto mi riguarda, poi vediamo che cosa ne dice Chiara): Torino sembra un palcoscenico montato ad arte per ambientare storie che hanno a che fare con misteri e crimine. Basta osservare le sue piazze, i suoi monumenti, le sue strade. Sembra che ti guardi e ti sussurri: «Se vuoi il mistero sei nel posto giusto amico, perché dietro quella finestra, in fondo a quel vicolo, in quella piazza bagnata dal chiaro di luna, può succedere qualunque cosa, anzi, è già successo qualcosa!»

E poi, ed ecco la seconda ragione, siamo pratici: è la città dove abbiamo trascorso gran parte della vita e che conosciamo meglio.

Però abbiamo già deciso che nell’immediato futuro ambienteremo qualcosa (romanzo, racconto, sceneggiatura teatrale, chissà) da qualche altra parte. Personalmente amo molto Trieste…


C: Ha detto tutto Fulvio! Aggiungo solo questo: ogni città o paese, e in generale ogni luogo, ha delle storie da raccontarci. Alcune volte le storie sono conosciute. Ma più spesso, se sappiamo ascoltare, ci sussurra piano qualcosa all’orecchio, poco più che una suggestione, che poi scatena la fantasia. Torino la amo, mi piace molto passeggiare per le sue strade, non solo nel centro. Perché un posto lo scopri per davvero solo andando a piedi. Ma, come ha anticipato Fulvio, abbiamo in programma degli scenari nuovi. E questa è anche un’ottima scusa per andarsene in giro ad ascoltare altre città!






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